lunedì 9 febbraio 2015

Silvio Testa, E le chiamano navi



Immensi scatoloni galleggianti passano per il Bacino di San Marco: sono bianchi, li chiamano navi, e in effetti lo dovrebbero essere, ma delle splendide navi di un tempo il Rex, il Conte di Savoia, l’Andrea Doria, la Cristoforo Colombo – hanno solo la funzione di portare passeggeri, tanti, il più possibile.
Queste navi non hanno né raffinatezza né buon gusto, sono ispirate ai casinò di Las Vegas, a bordo mantengono quel che promettono: una vacanza da villaggio turistico, scandita da spettacoli di stampo nazionalpopolare scimmiottati dalla tv e dai giochi degli animatori che riempiono le giornate degli ospiti in sandali e pantaloni corti, olezzanti di creme solari. Croceristi che sono parte di quei forse 30 e più milioni di visitatori all’anno che soffocano Venezia trasformandola sempre più velocemente nella cartolina kitch di se stessa, perché la Stazione Marittima, ormai, è una delle principali porte d’entrata di quel turismo “mordi e fuggi” che solo a parole le autorità dicono di voler contrastare.
La prima ragione della bruttezza di questi condomini galleggianti è l’essere fuori scala. Non hanno linea, sono alti oltre 60 m quando a Venezia l’altezza media delle case non supera i 15, e ciò altera ogni prospettiva e costituisce una vera forma di violenza. Turisti in numero infinito e navi smisurate riducono la città a contenitore buono per tutti gli usi, costi quel che costi.
I passeggeri, accalcati sui ponti più elevati per assistere allo spettacolo del passaggio in Bacino di San Marco, finiscono per guardare letteralmente dall’alto in basso la città, perdendo la cognizione che essa sia vera, fragile e bisognosa di rispetto, esattamente come succede ai visitatori dell’Italia in miniatura, quel parco tematico che piace così tanto agli ospiti di Rimini.
Moltissimi veneziani non le vogliono più e si mobilitano, in Facebook c’è anche un gruppo Fuori le maxinavi dal Bacino di San Marco, ma il bando delle grandi navi non può essere decretato solo perché sono brutte o diseducative. Esse, invece, sono dannose e pericolose per la città e per gli uomini, nonostante l’Autorità portuale si affanni a dire il contrario, forte di studi di parte che solo in pochi casi hanno avuto il contraddittorio di indagini indipendenti. Eppure, anche ad accontentarsi degli studi di parte ma a leggerli con attenzione, si capisce che le cose non sono così piane e tranquillizzanti come si vorrebbe far credere, e che il senso comune di quei tanti veneziani che chiedono l’allontanamento delle maxi navi ha ragioni ben fondate. Limitarsi a pretendere che le navi da crociera non passino più in Bacino di San Marco, accontentandosi di mandarle magari a Fusina, in gronda di Laguna, attraverso la bocca di porto di Malamocco, è però una proposta miope: equivale a nascondere la polvere sotto il tappeto, a tenere pulito il salotto buono lasciando al degrado il resto della casa. La Laguna non è altra cosa rispetto a Venezia,   l’una non può vivere senza l’altra e viceversa, e tenervi dentro le grandi navi significa perseverare in un disegno non più sostenibile, precludendosi per sempre la possibilità di ritornare indietro.
Chi vuole mettere mano in Laguna (letteralmente manomettere), ricorda sempre che essa è artificiale, ed è vero, ma per mille anni ogni intervento è valso a mantenerne l’equilibrio, mentre solo da poco meno di duecento anni la si sta scardinando per permettere al suo interno lo sviluppo di una “moderna” portualità. Nel 1901 la profondità media delle bocche di porto era di 7,5 m al Lido, di 9,5 m a Malamocco, di 4 m a Chioggia, mentre ora per permettere il passaggio di navi sempre più grandi le profondità hanno raggiunto i 12 m al Lido, i 17 m a Malamocco, i 9 a Chioggia.  Il mare non è più frenato nell’entrare in Laguna con le maree, ed anzi è velocemente portato fino al suo cuore dal canale Malamocco - Marghera (canale dei Petroli), largo più di 200 m, profondo dai 17 ai 12 m, rettilineo, lungo 14 km, scavato tra il 1961 e il 1969 a servizio del polo petrolchimico. Nel contempo, dal 1924 l’invaso della Laguna è stato ridotto con vastissimi interramenti per creare porto e aree industriali nella gronda e per costruire nel  1960 l’aeroporto di Tessera, col risultato che le maggiori quantità d’acqua che entrano violentemente trovano un bacino più piccolo di un tempo e tracimano. Provocano e aggravano, cioè, l’acqua alta.

scatoloni: grandi scatole
scandita: ritmata
nazionalpopolare: fenomeno della cultura che rappresenta la nazione
scimmiottati: imitare in modo goffo, semplice
turismo mordi e fuggi: tipologia che turista che resta in città poche ore
condomini: grandi edifici per abitare
accalcati: affolati
bando: mettere al bando, vietare
studi di parte: ricerche non obbiettive, che portano vantaggio al committente
gronda: area di contatto tra la laguna e la terraferma
bocca di porto: l'ingresso in laguna per chi arriva dal mare
precludendosi: (precludere) impedire, ostacolare
manomettere: guastare
scardinando: qui nel senso di rompere le regole
polo petrolchimico: area industriale sulla gronda dlla agna




giovedì 8 gennaio 2015

Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non aver paura




Per certi viaggi non si parte mai quando si parte. Si parte prima. A volte molto prima. Quindici anni fa stavo tranquillo sul treno della vita, comodo, con i miei cari, le cose che conoscevo. All’improvviso Andrea mi scuote, mi rovescia le tasche, cambia le serrature delle porte. Tutto si confonde. Sono bastate poche parole: “Suo figlio probabilmente è autistico”.
La prima reazione è stata di incredulità: non è possibile, deve essere una diagnosi sbagliata. Poi ho cominciato a mettere insieme piccole cose, elementi che prima ritenevo insignificanti, e sbagliavo. Allora scoppia un uragano, due uragani, sette tifoni. Da quel momento sei nella bufera. Dopo la diagnosi, sono uscito, sono entrato in un bar e ho chiesto un bicchiere d’acqua, naturale.  Vuole dell’altro? La barista deve aver notato la mia immobilità.
“Lei sa qualcosa del ’autismo?”
“No”.
“Nemmeno io”.
Scrutavo il liquido, bevevo lentamente, come se l’acqua avesse potuto lavare i pensieri, trascinare ai reni il problema e dai reni fuori, via, lontano da me. Non funziona così. E come funziona?, avevo chiesto a Barnard. In paese tutti chiamavano ‘Barnard’ il medico di famiglia, e io con loro, per via delle sue fisime sul mal di cuore, sulle coronarie e altre faccende che non mi interessavano affatto. Quando stai bene, sta bene ogni singolo pezzo del corpo, cuore compreso.
“Funziona che la vita sta tutta sotto una grande curva a campana, con al centro disturbi comuni e ai lati stravaganze d’ogni sorta. La vita è diluita nel mezzo e troppo densa ai lati”.
“Non capisco”.
“La vita è imperfetta, ma ha una sua forza”.
Aveva ragione. La biologia ha una sua forza e fa crescere anche i figli affetti da autismo.


C’è chi dice che vivere con un figlio autistico significa sottostare a una specie di tirannia. Mi viene da ridere al pensiero di cosa accadrebbe al mondo se cadesse sotto il controllo di Andrea. Per prima cosa le settimane avrebbero un colore. Nella settimana del rosso via libera al commercio di carote, arance, pomodori. Sovvenzioni solo a questi produttori e blocco totale al a circolazione di camion con broccoli, verze e piselli. Ma quando arriva la settimana verde i negozi si riempiono delle verdure prima vietate, le casse d’arance vengono immediatamente rispedite in Sicilia e le carote infilate, una a una, nel terreno.
Naturalmente nel punto esatto da cui erano state tolte, che non si possono mica mettere carote provenienti dalla Francia su terra ferrarese.
Non ci sarebbe mai una settimana viola, peccato per i fan di prugne e melanzane.
Non potrebbe esistere il mezzo pieno o il mezzo vuoto, dilemma capace di tormentare i migliori intelletti: bottiglie e altri contenitori dovrebbero essere o vuoti o pieni e le penne o tutte con la punta dentro o tutte con la punta fuori, mai metà e metà, che poi una si rovina e una no. È un rischio che sarà evitato.
Sarebbe opportuno non indossare maglie o maglioni con la cerniera e, sbadatamente, tenerla leggermente aperta. Per favore, cerniere o aperte o chiuse. Inutile cavillare sempre se faccia caldo o freddo. Un po’ di decisione non guasta.
Nessuno si creda di poter mangiare una pizza tagliandola a fette, diciamo partendo da un punto qualsiasi e staccandone uno spicchio a piacimento: prima si mangia il bianco della mozzarella, poi il verde del basilico e alla fine, ma solo al a fine, la pasta con la salsa di pomodoro.
Ci sarebbe trecentossessantacinque volte all’anno la giornata del cioccolato.  Imposizione questa, forse, non del tutto sgradevole.

Chiunque sia in possesso di un termostato, o si consideri tale, non si aspetti benevolenza. O spenti o aperti al massimo: le mezze stagioni sono una rovina.
I campanili verranno dotati di un distributore automatico di bolle di sapone, ogni venerdì bolle di sapone a distesa per annunciare il fine settimana e ogni lunedì per festeggiarne l’inizio, fuochi d’artificio a Capodanno, nei solstizi ed equinozi e ogni qual volta le casse lo permettano.
Una tirannide con le idee chiare.
Un tiranno fragile, bisognoso di libertà. Per questo lo mandiamo a scuola da solo. Sono i suoi venti minuti d’aria, dieci all’andata e dieci al ritorno. Non avete paura?, ci chiedono.
Sì, ovviamente. Tutti i giorni. Però Andrea ha un tale sorriso, quando mette lo zaino in spalla e quando poi torna a casa, da compensare tutte le preoccupazioni. Perché essere liberi non è solo respirare e avere un cuore che batte, non basta.
Certo, la libertà non è mai gratis: abbiamo dovuto firmare assunzioni di responsabilità, un ragazzo autistico che va a scuola da solo è un bel problema, si capisce: per gli insegnanti, per i vigili, per la cittadinanza, per tutti gli automobilisti europei e i turisti lituani che passano di qua.
Era una sera di fine maggio, non riuscivo a dormire. Ricordavo un urlo di Andrea qualche giorno prima, dopo uno dei tanti inghippi: gironzolava per casa, ma terribilmente inquieto, gli ho chiesto cosa c’è, ho insistito, e lui stranamente mi ha afferrato per le spalle.
Mi ha fissato negli occhi come mai prima. Ha spalancato la bocca lasciando uscire un urlo che pareva aver attraversato un’infinita distesa di giorni. Mi è sembrato dicesse, mi pare di averlo sentito: non ci riesco, non ci riesco, non ci riesco…
E ha richiamato immagini del passato: un incidente, la moto che vola e poi l’urlo di Andrea a terra da qualche parte, davanti a me, la gente che accorre e mi impedisce di vederlo, la gamba destra tutta sghemba, la morfina, è un ragazzo autistico, le due ambulanze, lasciateci assieme, poi due letti d’ospedale, l’uno accanto al ’altro. Ce la siamo cavata, però quell'urlo di Andrea ogni tanto riemerge dai sogni, forse non era nemmeno dolore, forse era quel suo mondo strano che aveva trovato un’unica voce. Qualcosa gridava libertà e usciva raspando i polmoni e la gola.
Mi sono alzato, ho acceso il televisore, l’ho spento. Ho cincischiato con la radio. Ho aperto l’armadietto dove tengo le cartine stradali, le guide di viaggio. Ho steso sul tappeto una vecchia mappa del mondo, ho svuotato la mente ridisegnando i confini, Croazia, Slovacchia, Macedonia, Moldavia…
La mattina dopo, molto presto, Andrea era già sveglio e si aggirava in pigiama. Seguiva il perimetro del a tavola, sfiorava il divano, controllava la finestra del salotto. Ho cercato le ciabatte, senza trovarle. Ho capito che erano state al ineate perfettamente sotto la sedia del o studio. A piedi nudi ho calpestato una briciola di carta, poi un’altra, finché sul tavolo ho visto la pila di minutissimi pezzi, quel che restava della mia vecchia mappa. Frammenti infinitesimali di mondo che sarebbero finiti tra la carta da riciclare.


Andre, Andre, ho mormorato. Nessuno scatto d’ira. Niente.
Lui aveva quel o sguardo un po’ malinconico. Dai, il mondo cambia in fretta, e poi dovevo immaginarlo: spesso i giornali e le riviste vengono sminuzzati, Andrea lavora con una precisione invidiabile, come se lasciasse frammenti di parole a invisibili pettirossi che volano nel e nostre stanze.
Fra un mese finisce la scuola, cominciano le vacanze. I miei amici manderanno i figli ai centri estivi, troveranno l’offerta di una bella settimana verde sulle montagne casentinesi, li affideranno ai nonni, li porteranno con loro in campeggio, li lasceranno in un pezzo di giardino a dare calci a un pallone. Fanno bene, i ragazzi hanno bisogno di svuotare la testa e di giocare.
A me toccheranno le solite complicazioni: chi sta con Andrea, dove?, cosa gli facciamo fare?, quel a cosa sarà adatta a lui? Turni macchinosi, riempitivi, acrobazie per arrivare a settembre.
Ci si stanca, è umano.
Ogni volta che ti scontri con le difficoltà, ogni volta che ti rimbocchi le maniche per risolverle, è come comperare un biglietto, un piccolo biglietto che ti porti al a fermata successiva. No, quest’anno no. Se deve essere fatica, che sia per un’autentica avventura.
Siamo sempre in viaggio, anche quando aspettiamo che Andrea torni da scuola, quando lo rincorriamo tra la gente.
È arrivato il momento di prendere il largo. Adesso dobbiamo perderci.


L’idea di un grande viaggio ha cominciato a lavorare dentro, in silenzio. Come un virus.
Senza manifestazioni evidenti. Non sentivo il bisogno di un progetto dettagliato. Per Andrea le ore di ogni singolo giorno sono sempre un imprevisto: sarà così anche per me, e andrà come deve andare.
Una mattina sono andato incontro ad Andrea che tornava da scuola, con il suo passo veloce. L’ho visto arrivare e gli ho chiesto se gli sarebbe piaciuto fare una vacanza speciale. Lui s’è lasciato distrarre dai panni stesi nel cortile di una casa. È partito di corsa e ha cominciato a raggrumare le lenzuola, spostare le mollette, raddrizzare i calzini.
“Ce ne andiamo lontano?” chiedevo.
Mi ha guardato di sfuggita, e ha sorriso.


“Andrea, andiamo in America?”
“America bella”.
Lì, davanti a quei panni, riordinati come solo Andrea sa fare, mi sono detto: io e Andrea attraverseremo tutte le Americhe possibili e immaginabili, due o tre, quel e che incontreremo. Ce ne andremo a zonzo tutta l’estate, come esploratori.
Stazioni di servizio, rotoli di asfalto, pasti veloci, gente simpatica, gente che scappa, gente ai lati del a strada che ci saluta. Via, uno o due mesi, non ci fermeremo finché non saremo stanchi, di qualcosa ci stancheremo, oppure ci troviamo benissimo, magari è un gran posto per uno come Andrea con padre al seguito, sempre che non ci dicano: altolà, che siete venuti a fare? A portare scompiglio?, e che scompiglio portiamo, solo i pezzi di carta che Andrea lascia ovunque e le pance che gli piace toccare e i baci che distribuisce generosamente: va bene, staremo attenti, misurati, non daremo fastidio, America, cerca di essere tollerante!
“Sopporti Andrea con autismo” così mi ha scritto. Volevo capire come avesse preso quest’idea del viaggio e ci siamo messi, assieme al a mamma, davanti al computer. Da solo con me non scrive, è abituato al a presenza del a mamma.



  • autistico: disturbo neuro-psichiatrico che interessa la funzione cerebrale
  • reni: organi dell'apparato urinario
  • fisime: idee prive di fondamento, fissazioni
  • coronarie: le arterie che portano al cuore
  • tirannia: dittatura
  • sovvenzioni: aiuti economici
  • fan: sostenitori, amanti
  • sbadatamente: senza fare attenzione
  • cavillare: cercare pretesti per tirare in lungo una cosa
  • termostato: strunento che mantiene a temperatura costante un ambiente
  • solstizi: il 21 giugno e il 21 dicembre sono i solstizi d'estate e d'inverno
  • equinozi: il 21 marzo e il 21 settembre
  • assunzioni: dichiarazioni
  • inghippi: imbrogli, trucchi
  • sghemba: storta, non diritta
  • cincischiato: perdere tempo in lavori senza concludere nulla
  • scatto d'ira: attacco di rabbia
  • pettirossi: uccellino dal petto color rosso, arancione
  • raggrumare: mettere insieme in un mucchio
  • andremo a zonzo: andremo in giro

mercoledì 3 dicembre 2014

Wim Wenders, Fino alla fine del mondo





Wim Wenders, Opening scene di Fino alla fine del mondoDopo una festa in un palazzo a Venezia, Clare attraversa il Canal Grande in taxi. Siamo nel 1981.

Francesco Maino, Cartongesso






Francesco Maino, Cartongesso, Einaudi, 2013


Fra me e mia moglie Isabel iniziò tutto nel migliore dei modi, poco meno di quattro anni fa. Io avevo trentasei anni, e da qualche tempo la mia vita era entrata in una sorta di stallo che pareva dover durare per sempre. Ero socio in una piccola agenzia di comunicazione che pur non brillando mi garantiva una certa stabilità economica e mi ero costruito negli anni un'indipendenza sentimentale che sembrava più che sufficiente. Voglio dire che non riponevo grandi aspettative nei confronti della vita e sentivo che era giusto così, perché nemmeno la vita sembrava riporre grandi aspettative su di me. In giro, poi, c'erano un sacco di opportunità. Gli amici, le ragazze. Era tutto a disposizione e io non mi tiravo indietro.


*    stallo: situazione ferma
*    brillando: avendo un grande successo
*    riponevo: avevo
*    un sacco: molte


L'incontro era stato organizzato da Valentina, la fidanzata di un amico, una laureanda in giurisprudenza con la passione per la biodanza. In quei mesi spesso mi parlava di questa ragazza svizzera che lavorava nell'erboristeria di una città vicina, Treviso, e che a sentire lei pareva tagliata su di me. E poi, continuava a ripetermi quasi fosse una minaccia, avevo trentasei anni, non sentivo il bisogno di sistemarmi ?


*    giurisprudenza: facoltà universitaria dove si studia il diritto e le leggi
*    pareva tagliata su di me: sembrava adatta a me, fatta per me
*    sistemarmi: sposarsi, formare una famiglia, avere un legame stabile


No. Non lo sentivo. Fu lei a prendere l'iniziativa, e senza consultarmi organizzò questa cena a due, per un venerdì sera di metà ottobre. Un autentico appuntamento al buio.  Quella sera faceva freddo e l'aria era bagnata da una pioggia sottilissima e densa, quasi un vapore gelido. La gente rientrava dal lavoro guidando con lentezza. Una colonna di macchine si snodava sulla circonvallazione attorno alle antiche mura della città, un serpente ininterrotto fatto di lamiera, sedili imbottiti, riscaldamenti accesi, autoradio sintonizzate su trasmissioni satiriche. La settimana sfumava nella zona franca del weekend. Il serpente scivolava sull'asfalto umido. Bisognava bucare la densità del suo corpo per penetrare là dentro, oltre le mura, nello spazio protetto del centro, dove un dedalo di divieti di transito e di sosta scoraggiava gli intrusi, e dove regnava un diffuso, militaresco senso di ordine, l'illusione della cittadina ideale.


*    si snodava: si allungava come un serpente
*    circonvallazione: strada che gira intorno a una città
*    ininterrotto: senza interruzione, continuo
*    asfalto: il materiale che copre la superficie di una strada 


Pur essendo un intruso, conoscevo Treviso e riuscii ad attraversare l'anello di traffico e parcheggiare in sosta vietata a pochi metri dal ristorante: nemmeno nella cittadina ideale, tutto sommato, i vigili urbani sarebbero usciti con la pioggia. Arrivai al ristorante con un quarto d'ora di anticipo e aspettai al bancone del bar con un aperitivo. Lei arrivò puntuale, alle otto. Svizzera. Non fu difficile riconoscerla. Appena la vidi superare la porta di vetro mi sembrò quasi di ritrovare una persona già nota. Vestiva un enorme cappotto militare color cachi, squadrato sulle spalle e lungo fino alle ginocchia. I capelli biondi raccolti dietro, gli occhi azzurri, grandi. Era indubbiamente bella. Mi piacque il suo modo di camminare. Mi piacque il sorriso insicuro e insieme aperto, la franchezza con cui si diresse verso di me: - Sei tu Carlo?


*    sosta: parcheggio
*    color cachi: dal persiano khak che significa polvere, colore usato nelle divise  dei militari


- Sono io. Si, credo proprio di si, - dissi.

Un giovane cameriere col pizzo e le basette a punta ci fece accomodare in una saletta in fondo. Il tavolo era di legno massiccio, con vecchie sedie impagliate e una tovaglia di lino color panna ricamata a mano, in linea con lo stile da osteria storica del locale. In compenso, il pavimento era fatto di lastroni di vetro e là sotto, silenziosa, incantata e quasi fiabesca, scorreva l'acqua di un ramo del Sile. La saletta era tutta per noi. Una bolla di intimità ci avvolse da subito e sembrò annullare ogni imbarazzo. Fingendo di studiare il menu, ci lanciammo occhiate a vicenda fino a quando i nostri sguardi si incontrarono. - Non avevo mai partecipato a un appuntamento al buio, - disse lei.


*    pizzo: barba che copre solo il mento
*    basette a punta: striscia di capelli che arriva alla barva
*    ricamata: decorazione fatta con ago e filo
*    Sile: fiume che attraversa Treviso
*    bolla: sfera vuota, bolla di sapone 


- Neppure io, - risposi, e scoppiammo a ridere.

Quella sera parlammo a lungo nella piccola sala, le nostre voci scorrevano basse e fluide. Isabel iniziò proponendo un patto: le sarebbe piaciuto godersi la cena in completa rilassatezza, senza inseguire grandi aspettative che avrebbero solo inceppato il dialogo. - Magari non ci rivedremo più, - disse sorridendo. La luce tenue dell'ambiente rendeva i suoi occhi di un blu insondabile e riposante. - Magari ci rivedremo ancora, chi lo sa ? Lasciamo fare al destino e godiamoci questa bella cena, che dici ?


*    tenue: debole, bassa

lunedì 20 gennaio 2014

Carlo Mazzacurati, Sei Venezia


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In memoria di Carlo Mazzacurati 

Sei Venezia
Un anno a Venezia e in laguna. Da un autunno nebbioso ad un'estate, quella dell'anno scorso, particolarmente luminosa.
Assieme a Giovanni, Roberta, Ernesto, Carlo, Ramiro e Massimo, sei persone che vivono qui. Sono stato con loro e loro si sono raccontati. Ogni luogo della terra ha una sua unicità, quello di Venezia io l'ho cercato attraverso questi sei esseri umani.
Sullo sfondo scorre l'anno, a ciascuno di loro una stagione, un clima. Si sono susseguiti giorni di sole a giorni di pioggia, il freddo di gennaio a l'afa di luglio, sere limpide ad altre caliginose.
Le ambientazioni sono stati i luoghi in cui queste persone vivono o lavorano e gli spazi di terra e di acqua che attraversano: Mestre, l'hotel Danieli, S.Alvise, Murano, un bar vicino a S.Marco e Sacca Fisola.

Da dove nasce Sei Venezia?
E' così: mio padre Giovanni, mio nonno Carlo e perfino mio bisnonno, sono tutti ingegneri che hanno lavorato in Laguna. Solo io ho preso una strada diversa, bisona ancora capire se ho fatto bene o no... Comunque quando mi è stato proposto di fare un documentario su Venezia ci ho pensato parecchio: è sempre faticoso fare i conti con i propri padri. Eppure, anche di fronte all'imbarazzo che avevo, la spinta infantile di entrare in una specie di paese dei balocchi ha prevalso. Così ho detto sì a una proposta aperta, senza sapere bene cosa avrei fatto.

Perchè Venezia e l'acqua la riportano così prepotentemente all'infanzia?
Le prime suggestioni mi arrivano da un'età molto piccola, le sensazioni degli odori, l'idea che il suono della parola Venezia evocava in me. Mio nonno lavorava da qualche parte in laguna, c'è perfino un canale navigabile che si chiama Carlino in suo onore. Era uno sportivo, ne '29/30 aveva giocato professionista nella Fiorentina, in A: era rimasto vedovo presto, mia nonna era morta a 44 anni in un incidente stradale e lui era molto legato al suo lavoro, tanto che tornava in laguna anche la domenica per pescare e cacciare, e siccome io ero il più grande dei suoi nipoti venivo mandato ad accompagnarlo. Sono sicuro che il fatto di aver girato un po' di film dalle parti del Delta nasca da tutte quelle domeniche passate lì ad aspettarlo, a vedere il vuoto, a camminare: c'è qualcosa di affettivo, di familiare, per me, legato alla laguna e all'acqua. Mi ricordo che mio nonno aveva delle conchiglie Shell, delle capesante. Me le aveva regalate e mi aveva detto che le aveva prese a Venezia.

Io ero bambino e mi ero fatto l'idea che quello fosse un luogo dove c'erano oggetti preziosi. Era talmente presente in me questa convinzione, che mi ricordo di essere stato colpito una olta in una vecchia miniera abbandonata nelle Dolomiti, ritrovando un segno del Leone:avevo capito che c'era un tessuto connettivo di storia che preesisteva ala mia presenza sula terra, che questa città era stata capitale di un mondo con regole molto strutturate. E' un luogo che per sua natura no si modifica. Padova, per dire, era piena di canali. Alla fine degli anni '50 li hanno tolti abbattendo interi quartieri. A Venezia invece, è come tornare a un tempo stabile. Passato e presente stanno insieme in un tempo sospeso, dove recuperi una tua dimensione, è rassicurante.

afa: caldo umido
caliginose: nebbiose
balocchi: giocattoli
suggestioni: impressioni, ricorsi, immagini
evocava: ricordava
Fiorentina: squadra di calcio
Delta: foce del fiume Po', sulla riva dell'Adriatico

mercoledì 15 maggio 2013

Francesco Pasinetti



Raro e bel cortometraggio di Francesco Pasinetti degli anni '30 lungo i canali


I nua
Ze un zorno de lugio, el tempo ze belo, no core na nuvola la suso nel cielo, no tira un fià d'aria, ma un sol malignaso dal qual no ze caso poderse salvar, (…) ne passa el capeo, ne arde el cervelo, ne fa delirar, ze l'ora del sofego e della brusera, gh'è i muri che boje e scota ogni piera, i oci che lacrima, vien seca la gola, le gambe se incola, le stenta a obedir, al moto più picolo se ansa, se sua, se supia, se spua, me par de morir.
E' un giorno di luglio, il tempo è bello, non corre una nuvola lassù nel cielo, non c’è un filo di vento, ma un sole cattivo dal quale non c’è possibilità di salvarsi, trapassa il cappello, arde il cervello, fa delirare, è l’ora dell’afa e del caldo torrido, i muri sono bollenti e ogni pietra scotta, gli occhi lacrimano, la gola si secca, le gambe appiccicano e fanno fatica ad obbedire, appena ci si muove si ansima, si suda, si soffia, si sputa, mi sembra di morire.


I rii che internandose fra campi e calete i taja Venexia in cento isolete i ga l'aqua tiepida e cossa assae rara, l'è bela, l'è ciara, la cresse pianin, ze proprio la colma, e la sula riva de boto la riva al quinto scalin, se vede un fio picolo a poca distansia, streta na corda atorno a la pansa, ch'el par na bondola molada nel brodo, che cerca ad ogni modo de sora restar, a trati afidanse a un toco de tola, ch'el sternse, ch'el mola, ch'el torna a ciapar,
I canali che infilandosi tra campi e callette tagliano Venezia in cento isolette hanno l’acqua tiepida e, cosa assai rara, l’acqua è chiara, cresce pian piano, è proprio alta marea, è sulla riva e tocca quasi il quinto scalino, poco distante si vede un bambino, con una corda stretta intorno alla vita, che sembra una salsiccia a mollo nel brodo, che cerca di restare a galla in tutti i modi, volta per volta affidandosi a una tavola, che tiene stretta, che molla, che prende di nuovo.

Un altro po' capita più svelto, più scaltro, e a quelo fa seguito un altro e po' un altro, insoma into un atimo la riva ze piena, i ze na trentena parola d'onor, de grandi, de picoli, de mogi, de suti, de bei e de bruti, de ogni color, el rio se scombusola, l'è tuto un misioto de brasi, de gambe, de teste in cramboto, chi quieto se snanara, … chi soto se cassa e beve salà, chi va come el fulmine par drito e par storto, chi invece fa el morto la ben destirà,
Capita poi un altro bambino più svelto, più scaltro, e a quello segue un altro e poi un altro, insomma in un attimo la riva è piena, sono una trentina parola d’onore, grandi, piccoli, bagnati, asciutti, belli e brutti, di ogni colore, il canale viene scombussolato, è un miscuglio di braccia, di gambe, di teste ………., chi tranquillo sguazza come un’anatra, chi si tuffa e beve acqua salata, chi come il fulmine a zig zag , chi invece fa il morto ben disteso

Dal ponte i più pratici se butta vardando chi l'aqua buta più alta, tre quatro se struscia intorno a un palo, i monta a cavalo, i va a rodolon, e altri co impeto se buta in schenada, sguazzando la strada con un gusto baron.
Dal ponte i più pratici si tuffano guardando ci butta l’acqua più alta, tre o quattro si strusciano intorno ad un palo, montano a cavallo, e rotolando cadono, altri con impeto si buttano di schiena, facendo spruzzi per strada come i monelli.
Po' tuti d'accordo i ciapa la briva e pimpete pumpete i salta la riva, cascandose dosso, tornando po' sora, butandose ancora più in pressa che i pol, fasendo un disordine de onde e de schiuma che cresse, se ingruma e slucega al sol
Poi tutti d’accordo prendono la rincorsa e ‘pimpete pumpete’ saltano la riva, cascandosi addosso, tornando poi su e ributtandosi ancora più in fretta che possono, facendo un disordine di onde e di schiuma che cresce, si gonfia e luccica al sole
Un monte de popolo sta come a una festa, le barche la in gringola se sbate, se pesta, le tole incontrandose se urta e se spaca, le porte se intaca e scampa de man, e queo pericola ma staltro lo vanta, qua i pianse, la i canta, l'è un mato bacan
Un mucchio di gente sta come ad una festa, le barche tirate a lucido sbattono una contro l’altra, le tavole incontrandosi si urtano e si spaccano, le porte ………. e scappano di mano, quello sta candendo ma un altro lo prende, qua piangono, là cantano, c’è un baccano pazzesco.

Un toso per ultimo se buta incaorio, ne l'aqua che brombola ze soto spario, no pasa che un atimo, le done se atrema, e par che le tema de no vederlo più, ma ecolo, ecolo, i ziga da infondo, in mezo a un gran tondo na testa vien su.
Un ragazzo per ultimo si tuffa nell’acqua e sparisce di sotto, appena un attimo dopo le donne si preoccupano e sembra che temano di non vederlo più, ma eccolo, eccolo, urlano da laggiù, in mezzo a un gran cerchio una testa viene su.

Un poco ala volta se calma el bordelo, che core a vestirse za questo za quelo, se mete le femene a ciamar dai balconi, cio bepi, cio toni, le pronto el disnar, e rispondendo che si vegno, sul ponte al sol che va a monte, el resta a zogar.
Un po’ alla volta si calma la confusione, già questo già quello corrono a vestirssi, le donne cominciano a chiamare dai balconi, ‘ciò Bepi’, ‘ciò Toni’, è pronta la cena, e rispondendo : sì vengo, sul ponte al sole che tramonta, resta a giocare.

Scominzia a far scuro, e alora adasieto se verse na riva de casa, un brassetto vien fora, na pupola, na bea testina, che a un ociadina con far birichin, po tuta se mostra na bea putela, la vol anca ela bgnarse un pochin.
Comincia a diventare buio, e allora pian piano si apre una porta sulla riva, vien fuori un piccolo braccio, un polpaccio , una bella testina, che dà un’occhiata con fare birichino, poi si mostra tutta una bella bambina, vuole anche lei bagnarsi un po’.

El zorno ze al termine, el rio ze deserto, da mucie de alghe za mezo coverto, tornada ze l'aqua tranquila, la tase, la specia le case, la cala zo pian, el cielo se inuvola, un’ aria da suso, se sento za el ruso del ton da lontan.
La giornata sta finendo, il canale è deserto, è mezzo coperto da un mucchio di alghe, l’acqua è tornata tranquilla, rispecchia le case, cala piano, il cielo si rannuvola, dal cielo arriva del vento, si sente già il rombo del tuono da lontano.

venerdì 12 ottobre 2012

Massimo Carlotto, Nordest



1989 - una città del Nordest.

L'imputato aveva il labbro spaccato, gli occhi pesti, il naso rotto e gonfio con due tamponi emostatici che spuntavano dalle narici e lo costringevano a respirare con la bocca. I due agenti della polizia penitenziaria che lo sorreggevano dovettero aiutarlo a sedersi. Era conciato male.
Il giudice, seccato, guardò l'avvocato per cercare di capire se avrebbe tentato di rinviare l'interrogatorio. L'altro lo rassicurò alzando le spalle. Il suo cliente aveva ben altri problemi a cui pensare.Il giudice, sollevato, dettò al cancelliere le generalità dei presenti e chiese all'imputato se intendeva sottoporsi all'interrogatorio.
Raffaello Beggiato si voltò verso il difensore che lo incoraggiò con un plateale cenno della mano. "Sì" rispose a fatica. La bocca gli faceva male, i pugni degli sbirri gli avevano fatto saltare qualche dente e si era morso la lingua quando gli avevano strizzato i testicoli. Ma nemmeno lui aveva voglia di lamentarsi. Le percosse facevano parte del trattamento riservato agli arrestati in flagranza. L'intensità variava a seconda del reato. E il suo era di quelli che autorizzavano chiunque indossasse una divisa a rompergli il muso. Mentre era in questura, nella stanza dove lo avevano ammanettato a una sedia, erano entrati anche sbirri di altri reparti per il solo gusto di tirargli un cazzotto o sputargli in faccia. Beggiato non se l'era presa più di tanto, in fondo erano le regole del gioco. Aveva solo sperato che lo portassero in carcere alla svelta. Lì nessuno lo avrebbe toccato e avrebbe potuto concentrarsi per trovare una via d'uscita. Magari lo scopino del reparto isolamento era una vecchia conoscenza e gli avrebbe procurato un po' di coca. Ne aveva bisogno per recuperare forza e lucidità.Invece non si era fatto vivo nessuno e l'appuntato dell'infermeria si era rifiutato di somministrargli un antidolorifico. Aveva trascorso quattro ore disteso sulla branda a fissare la lampadina che pendeva dal soffitto soffrendo come un cane e pensando all'interrogatorio. Alla fine si era reso conto che nemmeno una buona sniffata gli avrebbe fatto venire in mente una soluzione decente.
Il giudice riassunse il caso ma l'imputato non lo ascoltò. Sapeva bene come erano andate le cose. Lui e il suo complice avevano studiato il colpo per un paio di settimane. Sembrava un lavoretto facile. Avevano deciso di vestirsi allo stesso modo per dare un tocco di originalità alla rapina; avevano comprato due passamontagna da motociclisti in seta e due completi in velluto di colore nero. Le armi se le erano procurate da un pezzo e le avevano già usate per ripulire un paio di uffici postali e le casse di tre supermercati. Il giorno prescelto avevano atteso che il gioielliere e sua moglie aprissero la porta blindata dopo la pausa pomeridiana. Erano spuntati all'improvviso alle loro spalle e li avevano spinti nel negozio. Il commerciante aveva detto le solite cazzate ma si era fatto disarmare e aveva aperto la vecchia cassaforte Conforti senza tante storie. Era strapiena di oro lavorato e pietre di prima scelta. Gioielli nuovi e di "antiquariato", termine sofisticato usato dai proprietari per coprire l'attività clandestina di banco di pegni del negozio. Merce che non appariva in nessun registro e che avrebbero evitato con cura di menzionare nella lista dei preziosi rapinati.
Lui e il suo complice avevano impiegato una decina di minuti per riempire le borse. Abbastanza perché arrivasse una pattuglia della polizia. La moglie aveva premuto un bottone d'allarme di cui loro non sapevano nulla. Il basista aveva giurato che non c'era nessun allarme nascosto ma in realtà non aveva controllato. Mai fidarsi degli incensurati che iniziano a commettere reati per pagarsi i debiti di gioco. Affrontano la vita come se fosse una partita a dadi, affidandosi alla fortuna e a una manciata di probabilità.
Si erano guardati negli occhi. "Fanculo gli sbirri" aveva detto il suo socio.
"Fanculo tutti" aveva detto lui.
Il bottino era di quelli che ti sistema per la vita e valeva il rischio. Forse, se non fossero stati strafatti di coca si sarebbero arresi limitando i danni, ma in quel momento i pensieri, nel cervello, viaggiavano veloci e sicuri in un'orbita troppo lontana dal buon senso.
Lui aveva afferrato la moglie del gioielliere per il collo e l'aveva spinta fuori dal negozio puntandole la pistola alla testa.Il complice aveva tramortito il proprietario ed era uscito portando con sé le borse con i preziosi. Tutti avevano iniziato a urlare. Loro, gli sbirri, l'ostaggio e i passanti. I due non sapevano cosa fare. Una macchina gialla era spuntata all'improvviso da una traversa e si era ritrovata nel bel mezzo del casino, a dividere buoni e cattivi.
Ne avevano approfittato. Dopo aver gettato a terra l'ostaggio si erano precipitati a spalancare le portiere della macchina. Al volante c'era una donna con il volto deformato dallo stupore, sul sedile posteriore un bambino che chiedeva alla mamma cosa stava succedendo.
Erano bastati pochi secondi per impadronirsi della vettura e fuggire con i nuovi ostaggi. Qualche centinaio di metri dopo la macchina era stata bloccata dalle pattuglie di rinforzo.Lui era sceso con il bambino minacciando di sparargli se non li avessero lasciati passare, e quando si era convinto che gli sbirri non avevano nessuna intenzione di obbedire aveva tirato il grilletto. Il proiettile era entrato tra il collo e la spalla e aveva attraversato il corpo, uscendo da un fianco. Il bambino si era afflosciato sull'asfalto. L'urlo della madre aveva sovrastato per un attimo ogni rumore.
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