venerdì 9 maggio 2014

martedì 15 aprile 2014

https://www.youtube.com/watch?v=QDgXB8MgYZE

lunedì 20 gennaio 2014

Carlo Mazzacurati


video


In memoria di Carlo Mazzacurati 

Sei Venezia
Un anno a Venezia e in laguna. Da un autunno nebbioso ad un'estate, quella dell'anno scorso, particolarmente luminosa.
Assieme a Giovanni, Roberta, Ernesto, Carlo, Ramiro e Massimo, sei persone che vivono qui. Sono stato con loro e loro si sono raccontati. Ogni luogo della terra ha una sua unicità, quello di Venezia io l'ho cercato attraverso questi sei esseri umani.
Sullo sfondo scorre l'anno, a ciascuno di loro una stagione, un clima. Si sono susseguiti giorni di sole a giorni di pioggia, il freddo di gennaio a l'afa di luglio, sere limpide ad altre caliginose.
Le ambientazioni sono stati i luoghi in cui queste persone vivono o lavorano e gli spazi di terra e di acqua che attraversano: Mestre, l'hotel Danieli, S.Alvise, Murano, un bar vicino a S.Marco e Sacca Fisola.

Da dove nasce Sei Venezia?
E' così: mio padre Giovanni, mio nonno Carlo e perfino mio bisnonno, sono tutti ingegneri che hanno lavorato in Laguna. Solo io ho preso una strada diversa, bisona ancora capire se ho fatto bene o no... Comunque quando mi è stato proposto di fare un documentario su Venezia ci ho pensato parecchio: è sempre faticoso fare i conti con i propri padri. Eppure, anche di fronte all'imbarazzo che avevo, la spinta infantile di entrare in una specie di paese dei balocchi ha prevalso. Così ho detto sì a una proposta aperta, senza sapere bene cosa avrei fatto.

Perchè Venezia e l'acqua la riportano così prepotentemente all'infanzia?
Le prime suggestioni mi arrivano da un'età molto piccola, le sensazioni degli odori, l'idea che il suono della parola Venezia evocava in me. Mio nonno lavorava da qualche parte in laguna, c'è perfino un canale navigabile che si chiama Carlino in suo onore. Era uno sportivo, ne '29/30 aveva giocato professionista nella Fiorentina, in A: era rimasto vedovo presto, mia nonna era morta a 44 anni in un incidente stradale e lui era molto legato al suo lavoro, tanto che tornava in laguna anche la domenica per pescare e cacciare, e siccome io ero il più grande dei suoi nipoti venivo mandato ad accompagnarlo. Sono sicuro che il fatto di aver girato un po' di film dalle parti del Delta nasca da tutte quelle domeniche passate lì ad aspettarlo, a vedere il vuoto, a camminare: c'è qualcosa di affettivo, di familiare, per me, legato alla laguna e all'acqua. Mi ricordo che mio nonno aveva delle conchiglie Shell, delle capesante. Me le aveva regalate e mi aveva detto che le aveva prese a Venezia.

Io ero bambino e mi ero fatto l'idea che quello fosse un luogo dove c'erano oggetti preziosi. Era talmente presente in me questa convinzione, che mi ricordo di essere stato colpito una olta in una vecchia miniera abbandonata nelle Dolomiti, ritrovando un segno del Leone:avevo capito che c'era un tessuto connettivo di storia che preesisteva ala mia presenza sula terra, che questa città era stata capitale di un mondo con regole molto strutturate. E' un luogo che per sua natura no si modifica. Padova, per dire, era piena di canali. Alla fine degli anni '50 li hanno tolti abbattendo interi quartieri. A Venezia invece, è come tornare a un tempo stabile. Passato e presente stanno insieme in un tempo sospeso, dove recuperi una tua dimensione, è rassicurante.

afa: caldo umido
caliginose: nebbiose
balocchi: giocattoli
suggestioni: impressioni, ricorsi, immagini
evocava: ricordava
Fiorentina: squadra di calcio
Delta: foce del fiume Po', sulla riva dell'Adriatico

mercoledì 15 maggio 2013

Francesco Pasinetti


Raro e bel cortometraggio di Francesco Pasinetti degli anni '30 lungo i canali


I nua
Ze un zorno de lugio, el tempo ze belo, no core na nuvola la suso nel cielo, no tira un fià d'aria, ma un sol malignaso dal qual no ze caso poderse salvar, (…) ne passa el capeo, ne arde el cervelo, ne fa delirar, ze l'ora del sofego e della brusera, gh'è i muri che boje e scota ogni piera, i oci che lacrima, vien seca la gola, le gambe se incola, le stenta a obedir, al moto più picolo se ansa, se sua, se supia, se spua, me par de morir.
E' un giorno di luglio, il tempo è bello, non corre una nuvola lassù nel cielo, non c’è un filo di vento, ma un sole cattivo dal quale non c’è possibilità di salvarsi, trapassa il cappello, arde il cervello, fa delirare, è l’ora dell’afa e del caldo torrido, i muri sono bollenti e ogni pietra scotta, gli occhi lacrimano, la gola si secca, le gambe appiccicano e fanno fatica ad obbedire, appena ci si muove si ansima, si suda, si soffia, si sputa, mi sembra di morire.


I rii che internandose fra campi e calete i taja Venexia in cento isolete i ga l'aqua tiepida e cossa assae rara, l'è bela, l'è ciara, la cresse pianin, ze proprio la colma, e la sula riva de boto la riva al quinto scalin, se vede un fio picolo a poca distansia, streta na corda atorno a la pansa, ch'el par na bondola molada nel brodo, che cerca ad ogni modo de sora restar, a trati afidanse a un toco de tola, ch'el sternse, ch'el mola, ch'el torna a ciapar,
I canali che infilandosi tra campi e callette tagliano Venezia in cento isolette hanno l’acqua tiepida e, cosa assai rara, l’acqua è chiara, cresce pian piano, è proprio alta marea, è sulla riva e tocca quasi il quinto scalino, poco distante si vede un bambino, con una corda stretta intorno alla vita, che sembra una salsiccia a mollo nel brodo, che cerca di restare a galla in tutti i modi, volta per volta affidandosi a una tavola, che tiene stretta, che molla, che prende di nuovo.

Un altro po' capita più svelto, più scaltro, e a quelo fa seguito un altro e po' un altro, insoma into un atimo la riva ze piena, i ze na trentena parola d'onor, de grandi, de picoli, de mogi, de suti, de bei e de bruti, de ogni color, el rio se scombusola, l'è tuto un misioto de brasi, de gambe, de teste in cramboto, chi quieto se snanara, … chi soto se cassa e beve salà, chi va come el fulmine par drito e par storto, chi invece fa el morto la ben destirà,
Capita poi un altro bambino più svelto, più scaltro, e a quello segue un altro e poi un altro, insomma in un attimo la riva è piena, sono una trentina parola d’onore, grandi, piccoli, bagnati, asciutti, belli e brutti, di ogni colore, il canale viene scombussolato, è un miscuglio di braccia, di gambe, di teste ………., chi tranquillo sguazza come un’anatra, chi si tuffa e beve acqua salata, chi come il fulmine a zig zag , chi invece fa il morto ben disteso

Dal ponte i più pratici se butta vardando chi l'aqua buta più alta, tre quatro se struscia intorno a un palo, i monta a cavalo, i va a rodolon, e altri co impeto se buta in schenada, sguazzando la strada con un gusto baron.
Dal ponte i più pratici si tuffano guardando ci butta l’acqua più alta, tre o quattro si strusciano intorno ad un palo, montano a cavallo, e rotolando cadono, altri con impeto si buttano di schiena, facendo spruzzi per strada come i monelli.
Po' tuti d'accordo i ciapa la briva e pimpete pumpete i salta la riva, cascandose dosso, tornando po' sora, butandose ancora più in pressa che i pol, fasendo un disordine de onde e de schiuma che cresse, se ingruma e slucega al sol
Poi tutti d’accordo prendono la rincorsa e ‘pimpete pumpete’ saltano la riva, cascandosi addosso, tornando poi su e ributtandosi ancora più in fretta che possono, facendo un disordine di onde e di schiuma che cresce, si gonfia e luccica al sole
Un monte de popolo sta come a una festa, le barche la in gringola se sbate, se pesta, le tole incontrandose se urta e se spaca, le porte se intaca e scampa de man, e queo pericola ma staltro lo vanta, qua i pianse, la i canta, l'è un mato bacan
Un mucchio di gente sta come ad una festa, le barche tirate a lucido sbattono una contro l’altra, le tavole incontrandosi si urtano e si spaccano, le porte ………. e scappano di mano, quello sta candendo ma un altro lo prende, qua piangono, là cantano, c’è un baccano pazzesco.

Un toso per ultimo se buta incaorio, ne l'aqua che brombola ze soto spario, no pasa che un atimo, le done se atrema, e par che le tema de no vederlo più, ma ecolo, ecolo, i ziga da infondo, in mezo a un gran tondo na testa vien su.
Un ragazzo per ultimo si tuffa nell’acqua e sparisce di sotto, appena un attimo dopo le donne si preoccupano e sembra che temano di non vederlo più, ma eccolo, eccolo, urlano da laggiù, in mezzo a un gran cerchio una testa viene su.

Un poco ala volta se calma el bordelo, che core a vestirse za questo za quelo, se mete le femene a ciamar dai balconi, cio bepi, cio toni, le pronto el disnar, e rispondendo che si vegno, sul ponte al sol che va a monte, el resta a zogar.
Un po’ alla volta si calma la confusione, già questo già quello corrono a vestirssi, le donne cominciano a chiamare dai balconi, ‘ciò Bepi’, ‘ciò Toni’, è pronta la cena, e rispondendo : sì vengo, sul ponte al sole che tramonta, resta a giocare.

Scominzia a far scuro, e alora adasieto se verse na riva de casa, un brassetto vien fora, na pupola, na bea testina, che a un ociadina con far birichin, po tuta se mostra na bea putela, la vol anca ela bgnarse un pochin.
Comincia a diventare buio, e allora pian piano si apre una porta sulla riva, vien fuori un piccolo braccio, un polpaccio , una bella testina, che dà un’occhiata con fare birichino, poi si mostra tutta una bella bambina, vuole anche lei bagnarsi un po’.

El zorno ze al termine, el rio ze deserto, da mucie de alghe za mezo coverto, tornada ze l'aqua tranquila, la tase, la specia le case, la cala zo pian, el cielo se inuvola, un’ aria da suso, se sento za el ruso del ton da lontan.
La giornata sta finendo, il canale è deserto, è mezzo coperto da un mucchio di alghe, l’acqua è tornata tranquilla, rispecchia le case, cala piano, il cielo si rannuvola, dal cielo arriva del vento, si sente già il rombo del tuono da lontano.

venerdì 12 ottobre 2012

Massimo Carlotto, Nordest



1989 - una città del Nordest.

L'imputato aveva il labbro spaccato, gli occhi pesti, il naso rotto e gonfio con due tamponi emostatici che spuntavano dalle narici e lo costringevano a respirare con la bocca. I due agenti della polizia penitenziaria che lo sorreggevano dovettero aiutarlo a sedersi. Era conciato male.
Il giudice, seccato, guardò l'avvocato per cercare di capire se avrebbe tentato di rinviare l'interrogatorio. L'altro lo rassicurò alzando le spalle. Il suo cliente aveva ben altri problemi a cui pensare.Il giudice, sollevato, dettò al cancelliere le generalità dei presenti e chiese all'imputato se intendeva sottoporsi all'interrogatorio.
Raffaello Beggiato si voltò verso il difensore che lo incoraggiò con un plateale cenno della mano. "Sì" rispose a fatica. La bocca gli faceva male, i pugni degli sbirri gli avevano fatto saltare qualche dente e si era morso la lingua quando gli avevano strizzato i testicoli. Ma nemmeno lui aveva voglia di lamentarsi. Le percosse facevano parte del trattamento riservato agli arrestati in flagranza. L'intensità variava a seconda del reato. E il suo era di quelli che autorizzavano chiunque indossasse una divisa a rompergli il muso. Mentre era in questura, nella stanza dove lo avevano ammanettato a una sedia, erano entrati anche sbirri di altri reparti per il solo gusto di tirargli un cazzotto o sputargli in faccia. Beggiato non se l'era presa più di tanto, in fondo erano le regole del gioco. Aveva solo sperato che lo portassero in carcere alla svelta. Lì nessuno lo avrebbe toccato e avrebbe potuto concentrarsi per trovare una via d'uscita. Magari lo scopino del reparto isolamento era una vecchia conoscenza e gli avrebbe procurato un po' di coca. Ne aveva bisogno per recuperare forza e lucidità.Invece non si era fatto vivo nessuno e l'appuntato dell'infermeria si era rifiutato di somministrargli un antidolorifico. Aveva trascorso quattro ore disteso sulla branda a fissare la lampadina che pendeva dal soffitto soffrendo come un cane e pensando all'interrogatorio. Alla fine si era reso conto che nemmeno una buona sniffata gli avrebbe fatto venire in mente una soluzione decente.
Il giudice riassunse il caso ma l'imputato non lo ascoltò. Sapeva bene come erano andate le cose. Lui e il suo complice avevano studiato il colpo per un paio di settimane. Sembrava un lavoretto facile. Avevano deciso di vestirsi allo stesso modo per dare un tocco di originalità alla rapina; avevano comprato due passamontagna da motociclisti in seta e due completi in velluto di colore nero. Le armi se le erano procurate da un pezzo e le avevano già usate per ripulire un paio di uffici postali e le casse di tre supermercati. Il giorno prescelto avevano atteso che il gioielliere e sua moglie aprissero la porta blindata dopo la pausa pomeridiana. Erano spuntati all'improvviso alle loro spalle e li avevano spinti nel negozio. Il commerciante aveva detto le solite cazzate ma si era fatto disarmare e aveva aperto la vecchia cassaforte Conforti senza tante storie. Era strapiena di oro lavorato e pietre di prima scelta. Gioielli nuovi e di "antiquariato", termine sofisticato usato dai proprietari per coprire l'attività clandestina di banco di pegni del negozio. Merce che non appariva in nessun registro e che avrebbero evitato con cura di menzionare nella lista dei preziosi rapinati.
Lui e il suo complice avevano impiegato una decina di minuti per riempire le borse. Abbastanza perché arrivasse una pattuglia della polizia. La moglie aveva premuto un bottone d'allarme di cui loro non sapevano nulla. Il basista aveva giurato che non c'era nessun allarme nascosto ma in realtà non aveva controllato. Mai fidarsi degli incensurati che iniziano a commettere reati per pagarsi i debiti di gioco. Affrontano la vita come se fosse una partita a dadi, affidandosi alla fortuna e a una manciata di probabilità.
Si erano guardati negli occhi. "Fanculo gli sbirri" aveva detto il suo socio.
"Fanculo tutti" aveva detto lui.
Il bottino era di quelli che ti sistema per la vita e valeva il rischio. Forse, se non fossero stati strafatti di coca si sarebbero arresi limitando i danni, ma in quel momento i pensieri, nel cervello, viaggiavano veloci e sicuri in un'orbita troppo lontana dal buon senso.
Lui aveva afferrato la moglie del gioielliere per il collo e l'aveva spinta fuori dal negozio puntandole la pistola alla testa.Il complice aveva tramortito il proprietario ed era uscito portando con sé le borse con i preziosi. Tutti avevano iniziato a urlare. Loro, gli sbirri, l'ostaggio e i passanti. I due non sapevano cosa fare. Una macchina gialla era spuntata all'improvviso da una traversa e si era ritrovata nel bel mezzo del casino, a dividere buoni e cattivi.
Ne avevano approfittato. Dopo aver gettato a terra l'ostaggio si erano precipitati a spalancare le portiere della macchina. Al volante c'era una donna con il volto deformato dallo stupore, sul sedile posteriore un bambino che chiedeva alla mamma cosa stava succedendo.
Erano bastati pochi secondi per impadronirsi della vettura e fuggire con i nuovi ostaggi. Qualche centinaio di metri dopo la macchina era stata bloccata dalle pattuglie di rinforzo.Lui era sceso con il bambino minacciando di sparargli se non li avessero lasciati passare, e quando si era convinto che gli sbirri non avevano nessuna intenzione di obbedire aveva tirato il grilletto. Il proiettile era entrato tra il collo e la spalla e aveva attraversato il corpo, uscendo da un fianco. Il bambino si era afflosciato sull'asfalto. L'urlo della madre aveva sovrastato per un attimo ogni rumore.
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giovedì 24 maggio 2012

Pane e Tulipani


Scena 101
Negozio di fiori - Interno giorno
Fernando: Lei è Fermo.
Fermo: E lei è Narciso.
Fernando: Girasole, Fernando Girasole. Sono il proprietario della fisarmonica che suonava la sua dipendente Rosalba.
Fermo: Va be', ho capito. Mi porta sue notizie?
Fernando: Le porto in pegno lo strumento: in cambio vorrei chiederle il furgone. So che ne possiede un esemplare per le consegne sulla terraferma.
Fermo: Venga al dunque.
Fernando: Intenderei calare negli Abruzzi e ricondurre qui Rosalba. Due compagni mi seguiranno nell'impresa.
Fermo: Non vede un'autostrada da vent'anni. Cambi l'olio, gonfi le gomme e rispetti la sua età.

lunedì 23 aprile 2012

Mauro Covacich, Trieste sottosopra




Da Barcola all’Ausonia, in costume da bagno 
Ora è  venuto il momento di mettersi il costume, Barcola ci aspetta. Il 6 e il 36 viaggiano con buona frequenza e vi faranno risparmiare il calvario della ricerca parcheggio –a meno che non siate mattinieri, particolarmente mattinieri, nel qual caso farete ancora in tempo a trovare un buco lungo gli oleandri che costeggiano la spiaggia. Be’, spiaggia, diciamo passeggiata, visto che quello di Trieste è un mare di scoglio e al posto dell’arenile c’è una striscia di cemento lunga tre chilometri e larga non più di una decina di metri, dove la gente prende il sole stesa sui lettini portati da casa o passeggia proprio come se si trattasse di una battigia. L’accesso al mare è consentito da scalette di metallo poste a un centinaio di metri l’una dall’altra, ma in molti preferiscono scendere sulla fila di scogli che sta appena più sotto la piattaforma di cemento e tuffarsi direttamente da lì. La siepe di oleandri è stata piantata qualche anno fa a mo’ di separè, dopo che si erano verificati numerosi tamponamenti la cui unica causa era la distrazione. I bagnanti – e le bagnanti - si godono la loro tintarella a un passo dalla strada, e questa è forse la prima caratteristica che salta agli occhi di chi viene da fuori: un ampio marciapiede in pavé usato come solarium. L’impressione è molto meno sgradevole di come possa sembrare a raccontarla. Ci sono dei chioschi bar, le docce, i wc, le fontanelle, e l’acqua è così limpida chen saresti disposto a stendere l’asciugamano sul tetto della macchina pur di poterti fare un bagno.
Ma Barcola non è solo una meta estiva. Adesso noi la passeremo in rassegna pezzo a pezzo, però dovete tenere presente che i triestini vanno al mare tutto l’anno. Ci vanno a fare merenda, a leggere un libro sugli scogli, a fare due chiacchiere con gli amici. Ci vanno per lasciarsi, per mettersi insieme. Ci vanno imbacuccati, con la sciarpa tirata su fino agli occhi, a guardare come diventano nere le onde d’inverno. Ci vanno a portare il cane, a pescare, a correre, a pattinare. Ci vanno ai primi tepori di marzo, cercando qualche riparo sotto vento per scoprirsi subito, per togliersi almeno la maglietta e rimboccarsi i jeans in cerca del battesimo del sole. Ci vanno agli ultimi tepori di ottobre, nelle ore più calde, a immagazzinare come pannelli scorte di energia solare in vista dei lunghi mesi freddi. Ci vanno anche senza andarci, perché il mare a Trieste è un lato della stanza, ti alzi al mattino e sai dov’è, dove stai e sai che c’è. Questo solo per dire che qui il mare viene percepito diversamente che da una normale stazione balneare, e aggiungerei anche diversamente dalle altre grandi città costiere. Napoli, Palermo, Genova, hanno un mare meno prossimo, meno accessibile: appena fuori si incontrano splendide località litoranee, ma c’è meno confidenza tra la vita quotidiana della gente e tra la vita quotidiana del mare. A Trieste invece si fa il bagno in centro città (vedremo poi gli stabilimenti Lanterna e Ausonia) e, comunque, in qualsiasi punto del lungomare ti trovi, ti puoi accostare, scendere, spogliarti in strada – i Topolini, vedremo, sono l’unica struttura dotata di spogliatoi –, fare dieci passi e toccare l’acqua. Questa frequentazione familiare e più che assidua spiega l’uso dell’espressione triestina “andar al bagno” per intendere “andare al mare” (e non “andare alla toilette”), come se Barcola fosse la vasca di casa, quella che si raggiunge scalzi o tutt’al più in ciabatte.
Percorrendo il lungomare di Barcola dalla periferia verso il centro. Cominceremo dal Bivio di Miramare. Prima del Bivio, vedendo dall’autostrada e uscendo a Sistiana, si affrontano i dieci chilometri della strada costiera, una specie di cengia naturale che corre a precipizio sul golfo. Lì sotto, spesso indicati con insegne quasi invisibili, ci sono diversi bagni, alcuni a pagamento come le Ginestre o Riviera, altri di libero accesso come i Filtri, Canovella, Tenda Rossa, Costa dei Barbari. Sono tutti splendidi, immersi nel verde, con piccole spiagge di sassolini schiacciate contro la parete di roccia, ma comportano inevitabilmente un’altra idea, meno facile del bagno: sono più lontani dalla città, di solito, ci si va più attrezzati (materassino, ombrellone, eccetera), l’uscita assomiglia di più alla classica gita al mare. Per questo la nostra rassegna salterà le pur belle strutture della Costiera. Perché, quanto all’ “andar al bagno”, Barcola corrisponde meglio alla concezione disinvolta – easy-going – dei triestini. Ci arrivi in ciabatte, ti spogli dove capita e ti butti in acqua.

il 6 e il 36: numeri di autobus di linea
calvario: sofferenza intensa e prolungata
arenile: spiaggia sabbiosa
battigia: (bagnasciuga) linea di una spiaggia su cui si frangono/arrivano le onde
oleandro: tipo di pianta con i fiori colorati e tossici
tamponamento: incidente automobilistico in cui un’auto urta il veicolo di fronte
pavé: pavimentazione stradale fatta di cubetti di porfido e pietra
imbacuccato: coperto interamente di vestiti a mo’ di protezione contro il freddo e il vento
immagazzinare: raccogliere, accumulare
stazione balneare: stabilimento attrezzato sulla spiaggia
lungomare: strada che costeggia la riva del mare
scalzo: senza scarpe
ciabatte: pantofole estive
cengia: breve piano orizzontale che sporge in una parete rocciosa
correre a precipizio: (in questo caso) seguire una linea a strapiombo lungo la parete rocciosa; correre molto velocemente
vasca: vasca da bagno
libero accesso: passaggio/entrata liberi, gratis
dove capita: dove vuoi tu, senza regole